Il coraggio di Samuele Benedetto Daswa Storie

Quella di Benedetto è la prima causa di beatificazione avviata dalla Chiesa del Sudafrica a giungere al suo compimento. Infatti tra i nuovi decreti della Congregazione per le cause dei santi firmati da Papa Francesco c’è anche quello di Tshimangadzo Samuele Benedetto Daswa di cui è stato riconosciuto il martirio e dunque potrà presto salire alla gloria degli altari.

Chi è Benedetto?
Laico, sposato con 8 figli, la sua beatificazione rappresenta una grande gioia per la giovane chiesa africana: l’uomo era una persona di grande fede, molto stimata anche fuori dalla comunità cattolica per la sua disponibilità verso tutti. Inoltre il suo processo di beatificazione è legato a un tema molto caldo in tutta l’Africa: il rapporto con le credenze tradizionali legate alla stregoneria.

Il Battesimo, la preghiera e il lavoro
Daswa nasce nel 1946 nel villaggio di Mbahe in una famiglia non cristiana. In età adolescenziale inizia a frequentare un gruppo di cattolici. Affascinato da quel “modo di vivere” a 16 anni chiede il Battesimo scegliendo il nome di Benedetto, come il suo catechista. Ma insieme al nome assunse anche il motto del grande monaco riformatore: «Prega e lavora». Diplomatosi come maestro inizia a insegnare nella scuola di Nweli di cui diviene poi direttore. Contemporaneamente svolge il ministero di catechista e non si tira indietro con i lavori “sul campo”: Benedetto si prodiga per costruire quella che diventerà la prima chiesa cattolica della zona. Nel 1980 si sposa con Shadi Eveline Monyai, dalla quale ha 8 figli.

Contro la stregoneria
Benedetto è una figura ammirata e rispettata in tutta la sua comunità per carità e generosità verso il prossimo. E proprio per questo iniziano a crearsi delle invidie verso il suo modo di vivere e i primi nemici della “novità cattolica” si fanno sentire. Nel gennaio 1990 la regione di Nweli viene colpita da nubifragi fuori stagione, durante i quali diversi fulmini si abbattono sui tetti delle capanne mandandoli in fiamme. Secondo la cultura tradizionale quello è il segno di una maledizione da stregoneria. Per questo motivo i capi del villaggio chiamano uno sciamano per individuare chi fosse il responsabile. Ma quando Benedetto lo viene a sapere cerca di spiegare che i fulmini sono un fenomeno naturale e si rifiuta di pagare la quota richiesta a ogni famiglia per pagare lo sciamano: «La mia fede cristiana – disse – mi impedisce di partecipare a una caccia alle streghe». (Vatican Insider, 23 gennaio)

Il martirio
Il suo gesto viene considerato un’offesa alla secolare cultura tradizionale: poche sere dopo, il 2 febbraio 1990, mentre sta rientrando verso casa con l’auto, trova la strada sbarrata da alcuni tronchi: quando scende per rimuoverli dalla boscaglia ecco una folla minacciosa farsi avanti. Vogliono la sua testa. I testimoni raccontano che quando Benedetto capisce che lo stanno uccidendo, si mette in ginocchio a pregare. Ed è anche per questo che la comunità cristiana locale lo ha venerato fin da subito come martire.

sources: ALETEIA
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